Intervista su Radio City Light ai JaydeeQ che ci presentano il loro omonimo album

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Radio City Light ha avuto il piacere di fare quattro chiacchiere con i JaydeeQ, che ci hanno raccontato il percorso che ha portato alla realizzazione del loro nuovo album omonimo. Un disco che fonde elettronica, attitudine punk e spirito di sperimentazione, dando vita a un sound personale e fuori dagli schemi.

Nel corso dell’intervista il trio parla dell’importanza della dimensione live, del valore dell’imperfezione nelle produzioni, del rapporto tra cultura rave e rock alternativa e delle prospettive future del progetto.

Ecco cosa ci hanno raccontato…

INTERVISTA

Nel vostro disco si percepisce una forte energia punk pur restando dentro territori elettronici. Vi riconoscete in questa definizione?

Sì assolutamente. Più come attitudine che come genere musicale, che detta così suona boriosa, ma intendo dire che non sappiamo suonare bene ma ci piace farlo. Il fatto di suonare synth e non chitarre, basso e batteria è perché ci piacciono i synth, i drum pad e le drum machine. So che sembra banale, ma è la pura verità!

Quanto conta l’adrenalina live nella vostra idea di musica?

Se per adrenalina si intende l’ormone che stimola il sistema nervoso simpatico, che a sua volta attiva le ghiandole sudoripare eccrine (quelle distribuite su tutto il corpo) e che quindi fa puzzare le ascelle, pochissimo. Se invece la intendiamo in senso figurato, un momento di condivisione con altri esseri umani, la facilitazione di un rito collettivo, moltissimo.

Avete dichiarato di esservi stancati della staticità di certa elettronica contemporanea. Cosa vi manca maggiormente della dimensione live tradizionale?

Nella dimensione dei live nei festival più grandi o main stream con artisti di quel calibro la poca attitudine alla sperimentazione nella dimensione live; i set up strumentali sono tutti molto simili: launchpad, computer ed al massimo un synth per capirsi. Ovviamente non è sempre così, salviamo un sacco di nomi, uno su tutti il live dei Gorillaz.

Quanto è importante mantenere spontaneità e imperfezione all’interno delle vostre produzioni?

Punk, quindi basilare.

Vi sentite più vicini alla cultura rave o all’attitudine rock alternativa?

Non ne percepiamo la differenza a dire il vero. Credo che la maggior parte del pubblico, noi compresi, sia trasversale alle due scene. Inoltre, non siamo cultori di nessun genere in particolare, nessuno di noi ha una cultura enciclopedica in fatto di musica, siamo semmai legati ad alcuni artisti trasversali ai generi: Miles Davis, David Bowie ed i Boards of Canada. I primi tre che mi vengono in mente.

Quanto spazio lasciate all’improvvisazione durante i live o in studio?

Una buona percentuale. I nostri brani, se ci fate caso, assomigliano vagamente a delle composizioni jazz; tema, assoli, altro tema, altri assoli o svuotoni, altro, altro tema od il tema iniziale e così via. Per farti un esempio, la maggior parte degli interventi di arpeggiatori sono improvvisati sia in live che durante le registrazioni. Magari uso quel suono, magari no, ma mi lascio la libertà di cambiare le diteggiature, idem Jacopo.

Secondo voi oggi esiste ancora spazio per progetti elettronici realmente fuori formato?

Ti direi di sì, la nostra percezione è positiva.

Dopo questo debutto, cosa vi piacerebbe portare ancora più all’estremo nel vostro suono?

Questa è una bella domanda, grazie! Posso risponderti dal canto mio perché non ci siamo ancora confrontati su questo tema. A me piacerebbe svuotare. Suonare ancora meno cose. Avere arrangiamenti più minimali che allo stesso tempo siano ancora più curati dal punto divista armonico e melodico. Vorrei avere delle belle melodie su accordi belli, per dirla nella maniera più semplice possibile. Al contempo mi piacerebbe che ogni frase abbia tutto lo spazio necessario per poter viaggiare.

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