Intervista su Radio City Light ai CALANCO che ci presentano il loro album d’esordio “SOLCHI”

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Con “solchi”, i CALANCO trasformano inquietudini, fragilità e momenti di rottura in dieci brani dal suono diretto e viscerale. Il disco d’esordio della band, pubblicato da Overdub Recordings e disponibile dal 15 settembre in digitale, CD e vinile, nasce da esperienze che hanno lasciato un segno e da tutto ciò che, nel tempo, continua a scavare dentro.

Originari della Valmarecchia, i CALANCO portano nella loro musica anche qualcosa del paesaggio da cui provengono: una terra segnata dall’erosione, ruvida e attraversata da profonde spaccature. Un’immagine che ritorna idealmente anche nel titolo dell’album e nel suo modo di raccontare relazioni difficili, senso di colpa, alienazione, rabbia e tentativi di fuga.

In questa intervista per Radio City Light la band racconta la nascita di “solchi”, la ricerca di un suono volutamente poco levigato, il rapporto tra studio e dimensione live e quel bisogno di continuare a scrivere che è rimasto anche dopo aver chiuso il primo album.

INTERVISTA 

“solchi” nasce dall’idea dei segni che le esperienze lasciano addosso. Qual è stato il primo “solco” da cui avete capito che questo disco aveva trovato la propria direzione?

Sicuramente il primo solco è stato proprio un brano contenuto nel disco: “adieu” è stato il punto di partenza. È stato il primo brano che abbiamo scritto e arrangiato nella nostra nuova sala prove e, in qualche modo, ci ha accompagnato per tutto il processo di composizione e arrangiamento di “solchi”.

Nel frattempo, il brano è cambiato, come è normale in un percorso di scrittura durato a lungo e attraversato anche da diversi concerti dal vivo. Il brano che invece ci ha fatto capire davvero quale fosse il suono che stavamo cercando è stato “rocciasangue”. Lì abbiamo trovato qualcosa che ci convinceva fino in fondo: un suono pesante, fisico, quasi un macigno.

E proprio l’immagine del macigno che cade e lascia un solco nel terreno, in un certo senso, racchiudeva già il significato del disco. Da lì abbiamo capito che quella era la direzione che volevamo seguire.

Nel disco convivono dipendenza affettiva, senso di colpa, alienazione, rabbia e desiderio di fuga. Quanto è stato difficile trovare un equilibrio tra emozioni così diverse senza perdere coerenza?

Il fil rouge che unisce tutte queste sensazioni è uno stato di malessere. Sono emozioni e stati d’animo diversi, ma riconducibili a momenti non propriamente felici della vita, che possono durare pochi attimi oppure accompagnarti per mesi o addirittura per anni.

Per scrivere questo disco abbiamo cercato di scavare dentro noi stessi e dentro le nostre esperienze, e attraverso le canzoni abbiamo vomitato fuori tutte queste sensazioni. Sono emozioni che prima o poi attraversano tutti e noi non ne siamo certamente esenti: le abbiamo vissute in momenti diversi delle nostre vite, individualmente e, in qualche modo, anche come CALANCO.

La coerenza del disco, quindi, non nasce dal fatto che tutte le canzoni raccontino la stessa situazione, ma dal fatto che partono tutte da una stessa condizione emotiva.

“sbaglio spesso” apre l’album mettendo subito al centro una relazione tossica. Perché avete scelto proprio questo brano come porta d’ingresso nel disco?

A dire il vero, inizialmente “sbaglio spesso” non doveva nemmeno essere inserita nel disco. A un certo punto, però, ci siamo resi conto che ci mancava una vera opening track: avevamo bisogno di un brano che facesse partire il disco a cento all’ora, subito forte, subito in faccia.

Il brano era comunque già stato registrato insieme agli altri, quindi abbiamo deciso di inserirlo in scaletta e di metterlo in apertura. Anche dal punto di vista tematico funzionava molto bene, perché il tema della relazione tossica introduce alcuni dei nodi che poi ritornano nel resto del disco, per esempio in “adieu”, “come fare non lo so” e “bruges”.

Ma la scelta è stata anche, e forse soprattutto, musicale. “sbaglio spesso” parte in maniera estremamente diretta: un colpo di rullante e si entra subito nel ritornello. Ci piaceva l’idea di dare una botta immediata e di non lasciare troppo tempo all’ascoltatore per prendere fiato.

In “bruges” la fuga verso un luogo idealizzato non porta la liberazione sperata. Quanto vi interessa raccontare il momento in cui un’illusione si scontra con la realtà?

È fondamentale per noi, perché è qualcosa che in fondo attraversa quasi tutto “solchi”: il momento in cui pensi di aver trovato una via d’uscita e poi ti accorgi che la realtà ti presenta nuovamente il conto.

In “sbaglio spesso”, per esempio, il protagonista riconosce di trovarsi dentro una relazione tossica, quasi lancia una richiesta di aiuto, ma alla fine si abbandona nuovamente a quella relazione e rifiuta persino l’aiuto delle persone che gli stanno vicino. Nella seconda strofa c’è l’immagine del cane rabbioso che non vuole sentire ragioni, nemmeno quando qualcuno sta cercando di aiutarlo.

In “bruges” invece, la fuga assume una forma diversa. Il protagonista prova realmente ad allontanarsi, a cambiare luogo mentale e fisico, a uscire da quella situazione. Ma poi torna inevitabilmente all’idea della persona amata e del proprio posto sicuro. È una ricerca di cambiamento che si scontra con una sostanziale immobilità.

E alla fine arriva il verso “in fondo odio Bruges perché non ci sei tu”, che per noi rappresenta proprio quella sconfitta: ho provato a farne a meno, ho provato a scappare, ma non ci riesco. La fuga c’è stata, ma la liberazione no.

Avete parlato di una produzione fatta di contrasti netti e sonorità sporche. C’è stato un momento in studio in cui avete deciso deliberatamente di non “ripulire” qualcosa perché la sua imperfezione funzionava meglio?

Assolutamente sì, e questa scelta si sente soprattutto nell’editing, che è stato quasi inesistente.

Durante le pre-produzioni nella nostra sala prove / studiolo, ci è capitato anche di editare parecchio batterie e chitarre. Ma lì era soprattutto un modo per capire come avrebbe suonato il brano, perché in sala prove è normale non essere sempre precisissimi, soprattutto mentre si sta scrivendo un brano da nuovo e lo si suona per la prima volta.

Quando siamo entrati in studio di registrazione invece, abbiamo scelto deliberatamente di non correggere quasi nulla, soprattutto nella batteria e nel basso, quindi nella sezione ritmica. Cercavamo un flow costante, un flusso naturale della canzone, senza prendere le tracce e “stagliuzzarle” qua e là per renderle perfette.

Crediamo molto in questo approccio. Pensiamo che riportare un po’ di umanità dentro un disco, anche in un’epoca in cui la tecnologia e l’intelligenza artificiale sembrano occupare sempre più spazio, sia una piccola rivoluzione personale che facciamo come CALANCO. Non siamo gli unici a farlo, naturalmente, ma è una scelta nella quale crediamo molto.

Il vostro nome richiama un paesaggio modellato dall’erosione. Se “solchi” fosse un paesaggio reale, che luogo sarebbe?

In un certo senso, “solchi” è già un luogo reale per noi.

Quando abbiamo scelto il nome CALANCO pensavamo proprio ai calanchi che caratterizzano il territorio da cui veniamo. Siamo originari dell’entroterra riminese, della Valmarecchia, e in particolare della zona di Novafeltria. Attorno a noi ci sono questi paesaggi argillosi, pieni di spaccature e di segni lasciati dall’erosione.

Ci piaceva quindi l’idea che il titolo del nostro primo disco richiamasse anche il nome che abbiamo scelto per il profetto, perché per noi, “CALANCO” riflette non solo il territorio da cui veniamo, ma anche le ambientazioni e le sonorità della nostra musica: sporche, aggressive, ma allo stesso tempo, a tratti evocative.

I solchi che vediamo nel terreno ai piedi delle nostre valli e delle nostre colline sono diventati quindi una sorta di corrispettivo fisico dei solchi che abbiamo dentro, in testa e nel cuore. È come se il paesaggio da cui veniamo desse una forma concreta alle emozioni che raccontiamo.

Avete dichiarato che per voi il live conta più dei numeri dello streaming. Quale brano del disco cambia maggiormente quando passa dalle cuffie a un palco?

In realtà, con questo primo disco, abbiamo cercato proprio di fare il contrario: volevamo che dentro “solchi” ci fosse il più possibile il suono che abbiamo dal vivo.

Per questo molti brani sono rimasti molto semplici negli arrangiamenti. Di base sono sempre riconoscibili chiaramente batteria, basso e chitarra, quest’ultima al massimo raddoppiata o arricchita da qualche leak di chitarra. Quello che sentite nel disco, quindi, è molto vicino a quello che vedrete ai nostri concerti.

Se dobbiamo scegliere un brano che cambia maggiormente, probabilmente è “come fare non lo so”. Nel disco abbiamo voluto osare un po’ di più con l’arrangiamento, pur senza allontanarci troppo dal nostro suono.

Tra l’altro è un brano che avevamo già inciso una prima volta assieme al nostro amico e fonico/produttore dell’epoca, Emanuele Para; questo accadde prima ancora di essere CALANCO ed era molto più etereo e pieno di sintetizzatori. Nel mondo CALANCO lo abbiamo riportato a terra, come gli altri brani di “solchi”, anche se nel disco è rimasta una parte di quella dimensione più sospesa, soprattutto nella parte finale del brano.

Dal vivo invece, diventa ancora più crudo e diretto, molto più vicino alle sonorità degli altri brani.

Dopo aver trasformato inquietudini e fragilità in dieci canzoni, qual è la cosa che avete scoperto su voi stessi soltanto quando il disco era ormai finito?

La cosa più evidente che abbiamo scoperto è che, una volta finito questo disco, non ci bastava.

Dopo aver composto, arrangiato e inciso “solchi”, ci siamo resi conto di avere ancora tanta voglia di dire altro, di affrontare altri temi e di mettere altri aspetti e sonorità dentro le nostre canzoni. Non vogliamo ancora fare spoiler, però abbiamo già diversi brani in cantiere: alcuni sono praticamente pronti, altri sono ancora molto acerbi.

Prima però, vogliamo prenderci il tempo necessario per portare “solchi” sui palchi e viverlo nel modo che gli renda più giustizia possibile. Per noi il live è fondamentale e questo disco deve ancora essere suonato, sudato e portato in giro.

Insomma, “solchi” è un prodotto finito, ma noi no. Abbiamo ancora tanto da dire.

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