Intervista su Radio City Light ad Hiram Salsano e Marcello De Carolis che ci presentano il loro singolo “HIRUNDINI”

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Il brano, che anticipa il disco in uscita nelle prossime settimane, nasce da una rilettura della tradizione orale del Sud Italia che non si limita a conservarla, ma la rimette in movimento all’interno di un linguaggio sonoro contemporaneo. 

Siamo felici di aver avuto l’opportunità di intervistare Hiram Salsano e Marcello De Carolis qui a Radio City Light, che ci hanno raccontato nel dettaglio il loro nuovo singolo “HIRUNDINI”

INTERVISTA

Il ritornello ruota attorno alla frase “comme na paccia”: come nasce questa immagine così ambivalente?

“L’immagine della ‘paccia’ (la pazza) nasce da una radice profondamente mediterranea: è colei che rompe gli schemi, che esce fuori di sé per ritrovarsi. È ambivalente perché la follia, nella tradizione popolare, è sia una condanna sociale che uno stato sacro di libertà. In Hirundini, ‘comme na paccia’ è il momento in cui ci si spoglia delle sovrastrutture e si lascia che il corpo e la voce gridino la loro verità, senza paura di non essere compresi.”

Nel brano la follia sembra diventare sia liberazione che rottura rispetto alle convenzioni: vi interessava mettere in discussione una certa idea di normalità?

“Assolutamente sì. Spesso la ‘normalità’ è solo un altro nome per la staticità, per il nido che diventa prigione. Ci interessava esplorare la follia come atto di ribellione necessaria. Se per volare e migrare bisogna apparire ‘pazzi’ agli occhi di chi resta fermo, allora accettiamo questa etichetta. La rottura rispetto alle convenzioni è ciò che permette alla musica di restare viva e di non diventare una copia sbiadita del passato.”

“Hirundini” comunica qualcosa di molto fisico ma anche profondamente emotivo: come lavorate sull’equilibrio tra corpo e significato?

“Non separiamo mai le due cose. Lavoriamo su una sorta di ‘intelligenza somatica’: se un suono non ci fa vibrare fisicamente, significa che non ha ancora trovato il suo vero significato. La carne è il tramite attraverso cui l’emozione diventa suono; è un equilibrio che si trova solo restando onesti con le proprie sensazioni più istintive.”

C’è un verso o un passaggio del brano che sentite particolarmente vicino al vostro vissuto personale?

“C’è un momento, verso la fine del brano, dove la tensione sonora sembra quasi sospesa prima di esplodere. Quel senso di attesa del volo, quel respiro trattenuto prima di lasciare la terra, è qualcosa che sentiamo molto nostro. Rappresenta il rischio costante di chi sceglie di fare musica oggi: il coraggio di staccarsi dal suolo senza sapere con certezza dove il vento ti porterà, ma con la necessità assoluta di farlo.”

La vostra scrittura sembra muoversi per immagini e tensioni più che per narrazione lineare: è un approccio naturale o costruito nel tempo?

“È un approccio che è diventato naturale col tempo. Non ci interessa raccontare una storia con un inizio e una fine didascalica; preferiamo creare dei quadri sonori. La narrazione lineare a volte limita l’immaginazione dell’ascoltatore, mentre un’immagine o una tensione emotiva permettono a chiunque di proiettare la propria esperienza nel brano. Siamo più vicini all’impressionismo che al realismo: cerchiamo di catturare sia la luce che l’ombra di un istante.”

Quanto conta il silenzio, o comunque lo spazio vuoto, all’interno di una composizione così stratificata?

“Il silenzio è lo spazio in cui la musica respira. In un brano stratificato come Hirundini, il ‘vuoto’ è fondamentale quanto il pieno: è l’aria che permette alla rondine di volare. Senza silenzio, la stratificazione diventerebbe rumore. Un respiro o lasciare una nota lunga che sfuma è un atto di rispetto verso l’ascoltatore, un invito a entrare nel brano e ad abitarlo con i propri pensieri.”

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