Intervista su Radio City Light a TONY FORTUNATO che ci presenta il suo singolo “NO PASÓ NADA”

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Una chitarra acustica con un’impronta ispanica è il punto di partenza di “No pasó nada”, il nuovo singolo di Tony Fortunato & Angarita, disponibile sulle piattaforme digitali e in rotazione radiofonica dal 28 agosto. Da quell’arpeggio prende forma una produzione essenziale, costruita attraverso un equilibrio preciso tra elementi acustici, percussioni e sonorità contemporanee.

Nell’intervista Tony Fortunato entra nel lavoro di produzione del brano, raccontando come ha costruito il groove a partire dallo shaker, il ruolo delle congas e il rapporto tra chitarre e beat. Spazio anche al confronto con Mariano Beyoglonian durante mix e mastering e a un aspetto meno tecnico ma decisivo: capire quando una produzione è davvero finita e arriva il momento di lasciarla andare.

INTERVISTA

Hai raccontato di aver curato personalmente il bilanciamento delle trame ritmiche di “No pasó nada”. Qual è stato il punto di partenza della produzione?

Tutto è nato in modo fluido dalla chitarra acustica: è bastato quell’arpeggio con un’impronta ispanica per tracciare naturalmente le coordinate armoniche e il colore del brano. A livello ritmico, il primo tassello è stato uno shaker continuo: volevo una pulsazione leggera che facesse scorrere la traccia senza occupare troppo spazio. Una volta stesa questa trama minimale, ho cucito attorno le congas per aggiungere un respiro organico e “suonato”, completando poi la sezione con cassa, rullante e basso per ancorare il groove e dargli la giusta incisività.

In una produzione apparentemente essenziale, ogni suono diventa particolarmente evidente. È più difficile lavorare per sottrazione che aggiungere nuovi elementi?

Entrambi gli approcci nascondono insidie e complessità che possono compromettere il brano se non gestiti bene. L’equilibrio è il vero denominatore comune: la produzione non deve mai risultare spoglia e vuota, ma nemmeno satura o soffocante. Lavorare per sottrazione non significa impoverire la traccia, ma garantire che ogni singolo strumento abbia uno spazio preciso in cui risuonare. Quale che sia la direzione artistica scelta, il bilanciamento è fondamentale per ottenere un suono che rimanga pieno, profondo e al tempo stesso arioso, dove ciascun elemento possa letteralmente “respirare”.

Come hai costruito il rapporto tra chitarre acustiche e componenti percussive per evitare che il brano risultasse troppo tradizionale o, al contrario, eccessivamente urban?

È stato un processo del tutto spontaneo. Essendo nate per prime le parti di chitarra, il lato urban si è sviluppato come una conseguenza naturale della composizione: le sonorità acustiche richiamavano un mondo più legato alla tradizione, ma il mio background e le mie influenze mi hanno guidato a immaginare fin da subito quella specifica tipologia di beat ad accompagnarle. I due mondi sono nati insieme nella mia testa; il segreto è stato assecondare quell’istinto, lasciando che l’anima iberica e quella urban/contemporanea si fondessero in un’unica identità, senza che l’una prevaricasse sull’altra.

Quanto tempo hai dedicato alla ricerca del suono di basso, congas, batteria e shaker?

Non c’è stata una ricerca estenuante o dispersiva, perché la linea di chitarra iniziale indicava già chiaramente quale colore e frequenze servissero. Il groove si è sviluppato come sua diretta conseguenza: lo shaker ha dato la prima pulsazione, mentre cassa, rullante e basso, per lo più staccato, si sono posizionati quasi da soli per sostenere l’armonia. L’unico elemento su cui mi sono focalizzato in modo certosino è stato il pattern delle congas: volevo che avessero una presenza dinamica e unica per tutta la durata del brano, senza mai ripetersi. Più che perdere tempo a “costruire” i singoli suoni, il vero lavoro è stato farli convivere in modo che ognuno trovasse il proprio spazio naturale.

Che tipo di confronto hai avuto con Mariano Beyoglonian durante le fasi di mix e mastering?

Con Mariano c’è stato un confronto basato su una grande fiducia reciproca. Vista la sua straordinaria esperienza e il suo background nel genere, era il professionista perfetto per questo brano. Le mie indicazioni non sono state rigidamente tecniche, ma prevalentemente di visione artistica: gli ho chiesto di far risaltare il calore e la naturalezza dell’anima latina, mantenendo al contempo l’impatto moderno del beat e l’equilibrio del mix crossover. Essendo un territorio che conosce alla perfezione, ha saputo cogliere al volo l’intento e tradurlo in un suono nitido, profondo e tridimensionale.

Quando consideri realmente conclusa una produzione: quando tecnicamente non c’è più nulla da correggere o quando riesce finalmente a restituirti l’emozione che cercavi?

È un continuo equilibrio tra perfezionismo e istinto. Quando ci si avvicina alla fine di una produzione, la tentazione di continuare ad aggiungere, togliere o rifinire il dettaglio è sempre in agguato, perché si vorrebbe dare sempre il massimo. Tuttavia, arriva un momento preciso in cui capisci che devi fermarti per non rovinare la spontaneità iniziale. Considero un brano davvero finito quando la dimensione tecnica si fa da parte e lascia spazio all’emozione: quando riascoltandolo non penso più alle frequenze o alle singole tracce, ma vengo semplicemente trasportato dall’atmosfera. Imparare a “lasciare andare” una traccia fa parte del processo, ed è una delle parti più affascinanti di questo lavoro.

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