Ci sono ricordi che il tempo scolora e altri che, con il passare degli anni, acquistano nuovi significati.
Con “Frammenti”, Gioacchino Fittipaldi trasforma memoria, nostalgia e tempo in un racconto musicale fatto di immagini, emozioni e riflessioni, dove ogni esperienza vissuta continua a lasciare una traccia nel presente.
In questa intervista per Radio City Light, l’artista ci accompagna nel mondo di “Frammenti”, raccontando il legame tra ricordi e scrittura, il valore della memoria, l’influenza delle proprie radici e il modo in cui la musica può custodire ciò che il tempo sembra voler portare via.
INTERVISTA
“Frammenti” sembra nascere dalla volontà di fermare ciò che inevitabilmente sfugge. Quanto il tema del tempo è presente nella tua vita e nella tua scrittura?
Il tempo è forse il mio “antagonista” preferito, ma anche il mio più grande complice. Nella vita quotidiana ne avverto la vertigine, la velocità con cui tutto scorre e si trasforma. Nella scrittura, invece, il tempo si dilata. Scrivere una canzone per me è esattamente questo: un tentativo di mettere in pausa il mondo, di afferrare un istante prima che svanisca e renderlo eterno. È la mia macchina del tempo personale.
Nel brano i ricordi assumono quasi una consistenza concreta. Che valore attribuisci oggi alla memoria?
Oggi la memoria ha un valore immenso, quasi rivoluzionario. Viviamo in una società che consuma tutto in tempo reale e tende a cancellare il passato immediato per fare spazio al prossimo stimolo. Invece, io credo che noi siamo fatti di ciò che abbiamo vissuto, delle persone che abbiamo amato e delle strade che abbiamo percorso. Dare concretezza ai ricordi significa dare radici al nostro presente. Senza memoria siamo solo foglie al vento.
Esiste un ricordo che continua a influenzare il tuo percorso umano e artistico?
Sì, ed è un ricordo legato alla mia terra d’origine e a mio padre. Penso spesso a quei pomeriggi d’infanzia passati ad ascoltare storie, ballate e vecchi dischi, immerso in un’atmosfera dove la musica non era un sottofondo, ma un rito familiare. Quel senso di calore, di appartenenza e di narrazione orale è la scintilla che ancora oggi cerco di accendere ogni volta che salgo su un palco o inizio a scrivere un nuovo testo.
Secondo te i ricordi cambiano nel tempo oppure restano sempre gli stessi dentro di noi?
I ricordi non sono fotografie statiche dimenticate in un cassetto; sono più simili a dipinti ad olio su cui il tempo continua a depositare nuove sfumature. Cambiano perché cambiamo noi. Un dolore che anni fa sembrava insopportabile, oggi può trasformarsi in una dolce cicatrice; una gioia del passato può assumere una sfumatura di tenera malinconia. Il ricordo si adatta alla persona che siamo diventati per aiutarci a capire dove stiamo andando.
Quanto i sogni possono diventare un luogo di incontro con ciò che abbiamo perduto?
I sogni sono l’unico spazio in cui le leggi della fisica e del tempo si azzerano. Lì dentro, chi non c’è più cammina ancora al nostro fianco, le case d’infanzia sono intatte e ciò che abbiamo perduto ritorna ad essere presente. Credo che il sogno sia una terra di mezzo fondamentale per l’anima: ci permette di elaborare le assenze, di abbracciare l’invisibile e di mantenere aperto un canale con quella parte di noi che la veglia e la razionalità cercano di proteggere o nascondere.
La nostalgia è più una ferita o una risorsa per chi scrive canzoni?
La nostalgia viene spesso vista come una debolezza, una ferita aperta che ci tiene ancorati al passato. Per me, invece, è la risorsa creativa più potente che esista. E’ il “dolore del ritorno”. Ma è proprio in quella tensione, in quella mancanza, che nasce la poesia. La nostalgia non è rassegnazione, ma un motore che spinge a cantare per colmare quel vuoto, trasformando la mancanza in bellezza.
Cosa significa per te trasformare il ricordo in memoria attiva?
Significa non limitarsi a contemplare il passato con malinconia sterile, ma prenderne la lezione e la bellezza per fecondare il presente. Il ricordo diventa memoria attiva quando si traduce in azione, in musica, in condivisione. Scrivere “Frammenti” è stato esattamente questo: non un pianto nostalgico sulle cose andate, ma un modo per raccogliere quei pezzi, farli risuonare oggi e usarli per costruire un ponte emotivo con chi ascolta. La memoria è attiva quando continua a generare vita.
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