Quanto cambia il significato di vivere “al massimo” quando a parlare non è più soltanto l’istinto, ma anche l’esperienza? È da questa domanda che prende forma il nuovo singolo di FACE, un brano che guarda alle scelte, ai rapporti e agli errori senza trasformarli in rimpianti.
Nel pezzo l’intensità non coincide necessariamente con l’eccesso. C’è piuttosto la volontà di non attraversare distrattamente ciò che accade, accettando anche quella parte di rischio che accompagna le decisioni importanti. Una prospettiva che nasce dal vissuto dell’artista e da un modo diverso, maturato negli anni, di guardare alla musica e alla propria quotidianità.
In questa intervista per Radio City Light, FACE parte da “Al massimo” per raccontare cosa significa oggi mettersi in gioco davvero, quanto gli errori possano cambiare il nostro modo di scegliere e perché il tempo sia diventato uno degli elementi più preziosi della sua vita.
INTERVISTA
In “Al massimo” parli della scelta di vivere senza paracadute. Cosa significa concretamente per te?
Per me vivere senza paracadute significa prima di tutto accettare che nella vita non puoi controllare tutto. Io per tanti anni ho vissuto molto d’istinto: nella musica, nei rapporti, nei viaggi, nelle scelte personali. Spesso ho preferito buttarmi piuttosto che rimanere fermo a chiedermi cosa sarebbe potuto succedere. E questa cosa mi ha regalato momenti bellissimi, ma mi ha anche fatto prendere delle belle botte. Quando dico “vivere al massimo” non intendo vivere in maniera irresponsabile o cercare continuamente il limite. È più una questione emotiva: se amo qualcuno voglio sentirlo davvero, se faccio musica voglio crederci fino in fondo, se salgo su un palco voglio dare tutto quello che ho. Non sono mai stato particolarmente bravo nelle mezze misure. Con il tempo, però, ho capito che vivere senza paracadute significa anche assumersi la responsabilità delle proprie scelte. A vent’anni pensi che essere libero significhi poter fare qualsiasi cosa; crescendo capisci che la libertà vera è scegliere sapendo che ogni scelta ha delle conseguenze. “Al massimo” nasce anche da questa consapevolezza. Oggi voglio continuare a buttarmi, ma voglio farlo con gli occhi aperti. Perché alla fine preferisco avere qualche cicatrice per qualcosa che ho vissuto davvero, piuttosto che arrivare un giorno a chiedermi perché non ci ho nemmeno provato.
Quanto è difficile esporsi davvero, soprattutto quando entra in gioco un rapporto sentimentale?
Per me è probabilmente una delle cose più difficili. Sul palco riesco a espormi davanti a centinaia di persone e paradossalmente può essere molto più semplice che esporsi completamente davanti a una sola persona. In un rapporto sentimentale non puoi nasconderti dietro una chitarra, una battuta o un personaggio. Quando tieni davvero a qualcuno, quella persona ha anche la possibilità di ferirti. E credo che sia proprio questo che faccia paura. Io ho avuto rapporti importanti, storie finite, momenti in cui ho dato tantissimo e altri nei quali probabilmente avrei potuto dare di più. Con il tempo ho capito che spesso costruiamo delle difese perché pensiamo che ci proteggeranno dal dolore, ma quelle stesse difese rischiano di impedirci di vivere qualcosa di bello. Per me “Al massimo” parla anche di questo: avere il coraggio di dire “questa cosa mi importa”, senza sapere come finirà. Oggi cerco di essere molto più sincero anche nelle mie fragilità. Non significa raccontare tutto a tutti, ma quando scelgo una persona voglio provare a esserci veramente. L’amore, almeno per come lo vivo io, contiene sempre una parte di rischio. Puoi perdere qualcuno, puoi essere deluso, puoi renderti conto di aver sbagliato. Però puoi anche vivere qualcosa che ti cambia completamente. E se per evitare il dolore rinunci anche a quello, forse alla fine hai perso comunque.
Nel brano anche gli errori sembrano diventare parte dell’esperienza, anziché qualcosa da evitare. È un modo di vivere che ti appartiene?
Assolutamente sì, anche perché se dovessi cancellare tutti gli errori che ho fatto probabilmente dovrei cancellare metà della mia vita. Ho sbagliato tante volte, alcune in maniera leggera e altre in maniera molto più importante. Ci sono state decisioni che, potendo tornare indietro, prenderei diversamente. Però c’è una cosa che ho capito: continuare a punirsi per quello che è successo non modifica il passato. Puoi soltanto decidere cosa farne. Un errore può rimanere semplicemente un errore oppure può diventare qualcosa che ti cambia. Negli ultimi anni questa consapevolezza è diventata ancora più forte. Ho avuto momenti bellissimi ma anche periodi complicati, e alcune situazioni mi hanno costretto a guardarmi allo specchio e a chiedermi seriamente che persona volessi essere da quel momento in avanti. Anche nella musica è successo lo stesso. Ho inseguito progetti che non sono andati dove speravo, ho avuto porte chiuse, occasioni perse e momenti in cui sembrava più semplice mollare. Eppure, sono ancora qui a scrivere canzoni, pubblicarle e salire sul palco. Probabilmente FACE esiste anche grazie a tutte le cose che sono andate storte prima. Non voglio romanticizzare gli errori, perché alcuni fanno male a noi e possono farne agli altri. Però credo profondamente nella possibilità di imparare. Per me crescere non significa smettere di sbagliare: significa cercare di non commettere sempre gli stessi errori.
C’è un confine, secondo te, tra vivere intensamente e rischiare di farsi male?
Sì, e questa è forse la cosa che ho capito più tardi. Per molto tempo ho confuso l’intensità con l’eccesso. Pensavo quasi che per vivere veramente una cosa dovessi portarla sempre al limite. Invece oggi credo che siano due concetti completamente diversi. Puoi vivere al massimo un concerto, un viaggio, un amore o anche semplicemente una giornata senza necessariamente distruggerti. Anzi, forse la vera sfida è proprio riuscire a vivere intensamente continuando ad avere cura di te stesso e delle persone che hai intorno. Ci sono stati momenti della mia vita nei quali quel confine l’ho superato, e sarebbe falso raccontare il contrario. Alcune conseguenze mi hanno fatto riflettere molto. A un certo punto capisci che non sei immortale e soprattutto che le tue decisioni non riguardano sempre soltanto te. Questa è stata una consapevolezza importante per me. Oggi “vivere al massimo” ha un significato diverso rispetto a dieci o vent’anni fa. Non è andare più veloce degli altri. È riuscire a essere presente. È avere ancora il coraggio di rischiare quando ne vale la pena, ma anche la maturità di fermarsi quando il rischio non ha più nessun senso. Voglio continuare ad avere fame di vita, di musica, di esperienze e di persone. Ma oggi voglio viverle, non consumarle.
Quando hai scritto “Al massimo”, stavi raccontando qualcosa che avevi già vissuto o una consapevolezza arrivata dopo?
Direi entrambe le cose. Dentro “Al massimo” ci sono sicuramente esperienze che avevo già vissuto, però quando scrivo non parto quasi mai con l’idea di spiegare una lezione. Spesso la consapevolezza arriva mentre sto scrivendo oppure addirittura dopo, quando riascolto il pezzo. Le canzoni hanno questa cosa strana: a volte riescono a dirti qualcosa di te prima ancora che tu riesca a formularlo chiaramente nella tua testa. Nel brano ci sono sicuramente il mio passato, le relazioni, le notti, i concerti, le partenze, gli errori e quella sensazione che ho sempre avuto di non voler vivere una vita troppo programmata. Però c’è anche il Filippo di oggi, che guarda tutte quelle esperienze da una prospettiva diversa. A quarant’anni inizi inevitabilmente a fare qualche bilancio. Non perché ti senti vecchio, anzi: io sento di avere ancora tantissime cose da fare. Ma cominci a capire quanto velocemente passa il tempo. E allora alcune cose che prima sembravano fondamentali diventano piccolissime, mentre altre acquistano un valore enorme. Per questo “Al massimo” non lo considero soltanto un pezzo autobiografico. È quasi una fotografia di un passaggio della mia vita: tra quello che ero, quello che sono diventato e quello che sto ancora cercando di diventare. Ed è probabilmente per questo che mi rappresenta così tanto.
Oggi c’è qualcosa che senti di vivere davvero “al massimo” più di qualche anno fa?
Sicuramente la musica. E può sembrare strano dirlo dopo tanti anni, perché ho iniziato molto giovane, ho avuto i The Hangovers, ho vissuto X Factor, ho suonato tantissimo e ho attraversato diverse fasi artistiche. Però oggi sento la musica in maniera diversa. Da ragazzo c’era soprattutto il sogno di arrivare da qualche parte; oggi c’è molto di più il bisogno di lasciare qualcosa che mi rappresenti veramente. FACE per me è questo. Ogni canzone che pubblico oggi contiene molto più di me rispetto a qualche anno fa. E paradossalmente sento di avere ancora più voglia di provarci adesso. Voglio fare concerti, conoscere persone, scrivere pezzi, sbagliare canzoni e magari scriverne una bellissima il giorno dopo. Ma c’è anche un’altra cosa che oggi vivo al massimo: il tempo. Ho capito che è probabilmente la cosa più preziosa che abbiamo. Cerco di dare più valore alle persone che amo, alla mia famiglia, agli amici, ai viaggi, persino ai momenti apparentemente normali. Per tanti anni ho pensato soprattutto alla prossima cosa: il prossimo concerto, il prossimo progetto, il prossimo viaggio. Adesso sto imparando anche a godermi quello che c’è mentre sta succedendo. Forse è questa la cosa più importante che racconta “Al massimo”: non significa riempire ogni secondo di qualcosa. Significa non essere assenti dalla propria vita. E io oggi voglio esserci fino in fondo.
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