Intervista a Galapaghost: “L’arte è troppo preziosa e magica per metterle dei limiti”

0
18

Con Neon Dream, Galapaghost non sembra voler semplicemente cambiare direzione, ma piuttosto continuare a seguire quella che è sempre stata la regola più importante del suo percorso: non averne nessuna. L’EP attraversa generi, atmosfere e forme diverse lasciandosi guidare dall’istinto, senza preoccuparsi troppo di strutture prestabilite o delle logiche che oggi determinano sempre più spesso il modo in cui la musica viene concepita e ascoltata.

È una libertà che nasce anche da un percorso lungo, iniziato nel 2009, quando il mondo della musica indipendente funzionava ancora attraverso blog, email e rapporti diretti tra artisti e ascoltatori. Da allora molte cose sono cambiate, così come è cambiato lo stesso Casey Chandler, il musicista che si cela dietro il progetto Galapaghost. Da anni vive in Italia, un altro elemento che ha inevitabilmente modificato il suo sguardo e alimentato la sua curiosità verso ciò che ancora non conosce.

In questa conversazione partiamo proprio da Neon Dream per parlare di istinto, memoria e ispirazione, ma anche del rapporto con l’Italia, dei cambiamenti profondi attraversati dalla musica indipendente e dell’immaginario cinematografico che accompagna da sempre il suo lavoro. Fino a una domanda impossibile da non fare: cosa penserebbe il Casey Chandler del 2009 ascoltando oggi Neon Dream?

INTERVISTA

C’è una cosa che, ascoltando Neon Dream, mi ha colpito: sembra un disco che parla del presente, ma con una certa distanza, quasi come se lo stessi osservando attraverso un ricordo. Quanto c’è di consapevole in questo sguardo e quanto invece è semplicemente il modo in cui oggi ti viene naturale scrivere musica?

È un punto di vista molto interessante, non ci avevo mai pensato in questi termini. Io di solito scrivo e registro senza pensarci troppo. Non so quasi mai dove andrà a finire una canzone quando comincio, ed è proprio questa una delle cose che mi entusiasma di più.

Come artista hai davanti tantissime strade possibili e ogni scelta può portare un brano in una direzione completamente diversa, quindi è facile iniziare ad analizzare tutto fin troppo. Io cerco di non farlo, di fidarmi del mio istinto e lasciare che sia l’ispirazione a guidarmi.

Vivi in Italia da diversi anni: quanto il vivere qui ha cambiato il tuo modo di guardare il mondo e, di conseguenza, il tuo modo di scrivere musica? C’è qualcosa della cultura, dei ritmi di vita o dei paesaggi italiani che è entrato nella tua ispirazione, magari anche inconsapevolmente?

Sì, vivere in Italia ha sicuramente influenzato la mia musica. È un mondo molto diverso da quello in cui sono cresciuto, con persone, abitudini e modi di vivere diversi, ed è inevitabile che tutto questo finisca in qualche modo anche nelle mie canzoni.

Mi piace esplorare ciò che non conosco e, in realtà, sento di avere ancora tantissimo da scoprire dell’Italia. Amo imparare cose nuove e conoscere persone, quindi vivere qui continua a essere una grande fonte di ispirazione.

Hai vissuto diverse epoche della musica indipendente e hai visto cambiare radicalmente il modo in cui una canzone viene scritta, pubblicata e ascoltata. C’è qualcosa del musicista che eri all’inizio che oggi ti manca? E, al contrario, cosa sei contento di esserti lasciato alle spalle?

Sì, a quanto pare sono diventato abbastanza vecchio da poter dire che è tutto vero, ahah! Quando ho iniziato a pubblicare la mia musica, nel 2009, erano i blog musicali a dominare internet e lo streaming praticamente non esisteva ancora. Per un artista indipendente come me era un po’ il Far West: potevi pubblicare la tua musica da solo e cercare di farti strada senza avere un’etichetta alle spalle.

Io scrivevo personalmente a centinaia di blogger, chiedendo semplicemente di ascoltare le mie canzoni. Era un lavoro infinito, ma se non l’avessi fatto probabilmente non sarei mai arrivato fino in Italia.

Per quanto fosse estenuante mandare tutte quelle email, mi manca il rapporto diretto che si creava con le persone. Oggi quel tipo di connessione è praticamente scomparso: chi legge più i blog musicali? È diventato tutto molto più concentrato nelle mani di poche grandi realtà, tanti giornalisti musicali hanno perso il loro spazio e sempre più spesso scopriamo nuova musica attraverso un algoritmo.

Hai lavorato anche con il cinema e la tua musica ha spesso una componente molto visiva. Se Neon Dream fosse un film, quale sarebbe la prima scena che vedremmo? E soprattutto: che cosa succederebbe in quella scena?

Wow, bella domanda! Mmm… forse lo immaginerei come uno di quei vecchi film muti in bianco e nero degli anni ’20, ambientato in una cittadina normalissima dove compare una specie di mostro inquietante, ma anche un po’ ridicolo, di cui nessuno riesce mai a vedere il volto. Tutti ne sono terrorizzati in maniera quasi esagerata.

Poi, quando finalmente il mostro si rivela, scopriamo che in realtà è un’aliena arrivata da un altro pianeta. A quel punto tutti gli abitanti rimangono completamente affascinati da lei, il film improvvisamente passa dal bianco e nero al colore e l’aliena trascina l’intera città in una stranissima danza coreografata.

Finita la danza, viene risucchiata nello spazio e tutto torna esattamente come prima, di nuovo in bianco e nero. Poi un bambino si sveglia da un sogno e non capisci più se quello che hai visto sia successo davvero oppure no.

Sarebbe bello, no? Ahah.

Viviamo in un momento in cui la musica viene spesso progettata pensando alla rapidità con cui deve catturare l’attenzione. Tu invece sembri ancora interessato all’atmosfera, alla sospensione e a tutto ciò che richiede tempo. È una scelta controcorrente o semplicemente non ti interessa più giocare secondo quelle regole?

Sì, quando faccio musica non mi do nessuna regola. Anzi, forse è proprio quella la mia unica regola, ahah. L’arte è troppo preziosa e magica per metterle dei limiti.

Faccio semplicemente la musica che voglio fare. Se poi le persone ci si ritrovano, fantastico! E se non succede, va bene lo stesso.

Non voglio mai sentirmi intrappolato in uno schema, quindi cerco di non impormi limiti di genere, di struttura o di qualsiasi altro tipo.

Se potessi far ascoltare Neon Dream al Casey Chandler che ha iniziato il progetto Galapaghost, quale pensi sarebbe la cosa che lo sorprenderebbe di più? E quale, invece, riconoscerebbe immediatamente come ancora sua?

Beh, Galapaghost È Casey Chandler, quindi mi auguro che si riconosca parecchio in Neon Dream! Glielo chiedo e poi ti faccio sapere, ahah.

SOCIAL: INSTAGRAM