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Napoli, il ricordo della festa dell’Unità del 1976: “Ero accanto a Eduardo e il teatro fu emozionante

Radio City Light
Eduardo De Filippo

"Il responsabile degli spettacoli si rechi immediatamente al teatro Mediterraneo", la voce che rimbombava imperiosa era come la tromba del giudizio e non ammetteva repliche. Chi era chiamato bisognava si desse da fare senza perdere tempo. Eduardo provava il suo "Natale in Casa Cupiello", allestito per l'occasione in quella memorabile edizione che non dimenticherò mai, e che poi fu ripresa durante l'inverno al San Ferdinando. Mi precipitai a teatro, "mi dovete trovare una coperta per il tavolo da pranzo, di quelle scure che si usavano una volta" mi disse il "direttore" con la sua solita brusca cortesia che non ammetteva dubbi o repliche. Fui fortunato, tirai via la coperta dal tavolo di mia suocera e gliela portai. Avevo lavorato a lungo per convincerlo a mettere in scena il suo "Natale". Timido messaggero del Partito Comunista accolto in un pomeriggio d'inverno nella sua casa romana, avevo assicurato collaborazione e gratitudine al più grande ed amato autore, attore, regista di cui Napoli poteva vantarsi. Non gli venni mai meno.

Mostra d'Oltremare, settembre 1976, Festival nazionale de l'Unità. Una fatica esaltante ed estenuante per l'esercito dei "compagni" che non si risparmiava. Dalla mattina alla sera ognuno a fare il suo lavoro, perché quella di Napoli doveva essere "la Festa più bella". Lo fu. Quel pezzo di città un po' negletto, adoperato ormai per poche iniziative, fu parco e casa accogliente, rimesso a nuovo per ospitare le migliaia di "comunisti" (c'erano allora, tanti, ed erano orgogliosi dei loro sogni e progetti) che sarebbero venuti da tutt'Italia per vedere le mostre e partecipare a dibattiti, incontri gastronomici, giochi. E soprattutto per vedere gli spettacoli in programma. Più di cinquanta, messi insieme in un lavoro paziente di costruzione, invenzione, mediazione. Le Feste dell'Unità erano in quegli anni il più grande e importante "circuito dello spettacolo" in cui gli artisti potevano mettersi in vista.

Il Festival nazionale era l'incontro più atteso e prestigioso, quello in cui ci si confrontava su temi da portare poi avanti nelle settimane e nei mesi di impegno politico. Lavoravo allora a Roma, agli "Amici dell'Unità", costola lieve del PCI, con la voglia di fare dello "spettacolo" uno dei punti di confronto non trascurabile nell'agenda del grande partito. Napoli, con la grande impresa appena iniziata di Maurizio Valenzi sindaco, era al centro dell'attenzione nazionale. Alla Federazione napoletana diretta da Andrea Geremicca toccava "il nazionale". Ne fui il responsabile per gli spettacoli, ritornato a casa non senza qualche sguardo di diffidenza e/o sufficienza da parte di più di un dirigente convinto che tutto sommato c'erano "cose più serie di cui parlare".

Mi misi al lavoro che era ancora inverno. Bisognava che il "teatro" di questa città fosse al centro dell'attenzione del pubblico, e non soltanto come intrattenimento di fine giornata, ma come occasione di confronto, riflessione ed indicazione per impegni futuri. Teatro come grande emozione popolare e colta, luogo di incontro, confronto tra differenze, poetiche distanti, mitiche presenze, giovani invenzioni, rischiose scoperte. Tutto questo ed altro ancora volevo che ci fosse nel "mio" festival. Mi ponevo in quei giorni domande per cui non avevo risposte ma precise intuizioni. Il jazz di Don Cherry e del Laboratorio Musicale del Testaccio, la musica di Bruno Canino, Severino Gazzelloni e del Collettivo di San Pietro a Majella potevano incontrarsi e confrontarsi con la canzone napoletana di Sergio Bruni, della Nuova Compagnia di Canto Popolare, di Maria Carta, di Carmelita Gadaleta? L'impegno politico degli Inti Illimani, in quegli anni presenza amatissima e praticamente immancabile ad ogni occasione, poteva dialogare con quello del Canzoniere del Lazio, di Tony Esposito, degli Americanta, di Rino Gaetano? Lucio Dalla era la voce più amata, capace di unire più generazioni in una felicità d'invenzioni senza pari?

Bisognava naturalmente mediare con le "necessità politiche" che volevano la presenza delle delegazioni di artisti venute da paesi lontani. Eccellenze mai più ritrovate insieme. Quando mai infatti abbiamo più visto e messo a confronto il sapere del Coro Popolare Ungherese con la musica e le danze di Romania, Azerbajdzan, Eritrea, Vietnam, Bulgaria? Quante lingue poteva avere il teatro di prosa se metteva insieme gli attori del Berliner Ensemble ne "I fucili di madre Carrar" di Brecht, "La Carpa de los rasquachis" del Teatro Campesino, e "Natale in Casa Cupiello" di Eduardo De Filippo, suscitando entusiasmi gemelli? Se l'austero e commovente "Io, Raffaele Viviani" di Achille Millo, Marina Pagano, Antonio Casagrande e Franco Acampora si fosse confrontato con la "passione" popolare e irresistibile di "Zappatore", la più canonica delle "sceneggiate napoletane", rimessa in scena dopo tanti anni da Luigi Teano per un pubblico di più di dodicimila spettatori entusiasti, quale "cortocircuito" intellettuale ci sarebbe stato? Il "teatro politico" in Italia aveva le parole e l'entusiasmo coinvolgente di Bruno Cirino nel suo indimenticabile (per chi l'ha visto) "Rocco Scotellaro: vita scandalosa di un giovane poeta", ma anche quella austera di "Oratorio profano" del Collettivo di Parma. Si poteva provocare un "incontro" costruito con le voci di giovani artisti napoletani distanti tra loro per strade e poetiche facendo lavorare i giovanissimi Claudio Ascoli, Antonio Neiwiller, Luca De Fusco, ed i gruppi del Teatro Contro, Teatro Instabile, Teatro Oggetto, Chille de la balanza, ognuno per suo conto ma insieme, nei numerosi "microspettacoli" del progetto "Cane randagio", creazione collettiva dedicata tutta all'impegno inquieto di Vladimir Majakovskij? I piccoli spettatori come avrebbero accolto i burattini del Teatro Popolare Cileno e quelli più storicamente familiari, anche se ormai tutti da "riscoprire", dei mitici Ciro Perna, Nunzio Zampello, Fratelli Corelli? La tradizione insomma del teatro napoletano ed i nuovi e vecchi linguaggi del mondo potevano convivere in un grande progetto di spettacolo? Avrei trovato studiosi, intellettuali, politici, disposti a discuterne?

Avevo a disposizione, per costruire tutto il mio programma 30milioni di lire. "Se spendi una lira di più te la tolgo dallo stipendio", mi minacciò Pastore, il mitico cerbero che amministrava i soldi della Federazione. Sapevo che non mentiva mentre firmava il preventivo che gli avevo portato, con l'elenco degli artisti ed i costi strappati a fatica, dopo lunghe contrattazioni accorate. Avevo lo spazio

enorme dell'Arena Flegrea che non si adoperava più da molti anni ed era di nuovo bella ed accogliente, il Teatro dei Piccoli ed il bel Mediterraneo, a cui si aggiungeva il grande palco destinato ai concerti importanti. Furono tutti sempre gremiti, e non soltanto grazie al "prezzo politico" del biglietto. Non "sforai" il budget e l'incasso fu incoraggiante. Quarant'anni fa. Per parlare di "politica per lo spettacolo", a Napoli e in Campania.

Fonte: napoli.repubblica.it © Riproduzione riservata di Giulio Baffi 

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