Con “Impermanenza”, i Varanasi proseguono il proprio percorso artistico firmando un album che mette al centro il cambiamento come condizione inevitabile dell’esistenza. Dieci brani costruiti come un racconto sonoro in cui post-rock, elettronica e suggestioni alternative si intrecciano per dare forma a un’opera intensa, capace di alternare momenti di forte impatto emotivo a passaggi più introspettivi.
Nel corso di questa intervista per Radio City Light, la band racconta la genesi del disco, il significato del suo titolo, la costruzione della tracklist e il ruolo fondamentale delle atmosfere nella propria scrittura. Un dialogo che svela il percorso creativo dietro un lavoro pensato per lasciare spazio all’interpretazione personale dell’ascoltatore, trasformando ogni canzone in un tassello di una riflessione sulla natura mutevole della vita.
INTERVISTA
Il concetto di impermanenza suggerisce che nulla sia destinato a durare. Questa consapevolezza è più liberatoria o inquietante?
Questa dualità è parte del conflitto rappresentato dall’album. Non c’è una risposta, noi l’abbiamo posto come punto di partenza creativo, sta a ognuno affrontare la questione.
Come si riflette questa idea nelle dieci tracce del disco?
Le due tracce che hanno un diretto legame con la questione sono La tentazione di esistere e La decomposizione dell’anima, che formano il nucleo dell’album insieme con la traccia d’apertura, mentre le altre sono più indipendenti.
Avete seguito un percorso preciso nella costruzione della tracklist?
Avevamo come punto fermo l’inizio, la traccia che dà anche il nome all’album, alla quale seguono due brani serrati e più intensi. Per il finale abbiamo scelto invece due tracce più sognanti e intime.
La decomposizione dell’anima è uno dei titoli più evocativi dell’album: come è nato il brano?
Dalla linea del basso e dal passo celebre tratto da The Hollow Men di Eliot.
Quanto è importante per voi la componente atmosferica nella musica dei Varanasi?
Molto, per noi è fondamentale costruire dei dischi che abbiano un mondo sonoro sfaccettato, colori diversi per arricchire la base di partenza e avere una sorta di racconto che sia il più ricco possibile all’interno dei generi che suoniamo.
Vi capita mai di partire prima dal testo o dalla musica?
Nella maggior parte dei casi partiamo dalla musica. Dal tipo di atmosfera che la musica evoca, dal grado di intensità, si sviluppa una traccia che può suggerire un possibile argomento o un tipo di racconto, quanto può essere personale o meno e così via. In un brano aggressivo come L’assedio la guerra viene menzionata esplicitamente, mentre in un brano più intimo come Ragazzo in fiamme il tutto viene un po’ celato e bisogna seguire gli indizi per sapere di cosa parla.
Quale canzone ha subito la trasformazione più significativa durante la produzione?
Ragazzo in fiamme: inizialmente aveva un arrangiamento senza elettronica e con una batteria quasi da marcia militare, poi lo abbiamo virato in un brano tutto elettronico e scarno, con piano elettrico e voce immersi nei sintetizzatori.
Dopo questo album, quale direzione immaginate per il futuro del progetto?
Per il momento speriamo di riuscire a far conoscere il disco al meglio delle nostre possibilità agli ascoltatori, e poi inizieremo a pensare a come potrebbe essere il prossimo album.







