Con “Vorrei”, i Samar firmano un brano intenso e personale che affronta il tema della memoria e della perdita, trasformando un’esperienza autobiografica in un racconto universale. Tra atmosfere delicate e un crescendo emotivo, il singolo mette al centro il valore dei legami e il peso della distanza.
In questa intervista per Radio City Light, la band racconta la nascita del brano e il proprio processo creativo condiviso, fatto di confronto, equilibrio e identità collettiva.
INTERVISTA
Essendo in sei, come gestite il processo creativo senza perdere coerenza?
Per noi essere in sei è un vantaggio e soprattutto una grande ricchezza. Partiamo generalmente da un’idea che non necessariamente abbia una struttura già definita (può essere un testo, un giro armonico, un’intuizione) e da lì iniziamo a lavorare per far diventare ogni brano un potente strumento per veicolare l’anima della band, lasciando che ognuno aggiunga un tocco personale.
Con il tempo abbiamo imparato a costruire degli equilibri naturali: in alcune fasi c’è chi fa un po’ da “guida”, ma ogni proposta passa sempre attraverso il confronto collettivo. Ci interessa che ogni brano suoni davvero “nostro”: se un dettaglio, una scelta sonora o una parte non convince tutti, semplicemente non entra a far parte del brano. È un processo sicuramente più lungo, fatto di ascolto reciproco e tante revisioni, ma è proprio questo che ci permette di mantenere una coerenza forte senza rinunciare alla varietà, che deriva dai diversi background musicali ed esperienze artistiche di ciascun membro. Alla fine, quello che prende forma è il risultato di sei sensibilità diverse che, passo dopo passo, trovano un punto d’incontro comune.
“Vorrei” è nata da un’idea singola o da un confronto collettivo?
“Vorrei” non è nata da un’unica idea portata avanti in modo individuale, ma da un processo che ha alternato intuizione personale e confronto collettivo. Rispetto agli altri brani del gruppo, è sicuramente il più autobiografico, eppure racconta un’esperienza umana profondamente trasversale, qualcosa che prima o poi ciascuno di noi si trova ad affrontare nel corso della propria vita: il lutto.
Il brano nasce dal profondo legame tra Fabio, il nostro frontman, e sua nonna. Quando lei è venuta a mancare, anni fa, per diverse circostanze non gli fu possibile rientrare a casa per il funerale e condividere quel momento con i propri cari. Nel testo riaffiorano così ricordi molto concreti: il piacere di restare per ore ad ascoltare le sue parole, le canzoni sussurrate per farlo addormentare da bambino, quella casa che d’estate si trasformava in un castello silenzioso dove le giornate sembravano non finire mai, fino ad arrivare alla distanza segnata dal trasferimento a Milano per studiare, che (come si dice anche nel testo) “mangia i rapporti umani”.
Chi ha dato il contributo più decisivo al brano e in che modo?
L’intuizione che ha dato origine al brano è arrivata da un giro di chitarra di David. Fabio, frontman del gruppo, era in treno quando ha ricevuto un suo audio con una breve composizione musicale che ha poi dato origine a tutto il resto.
Fin dalle prime prove era già molto chiara la direzione artistica e stilistica che volevamo dare al pezzo: doveva essere qualcosa di profondo, capace di parlare a una sfera più intima, in modo diretto e naturale. Per questo la parte strumentale non è stata pensata come un semplice accompagnamento, ma come il vero “strumento” attraverso cui veicolare quell’emozione tra noi e chi ascolta il brano.
Come riuscite a mantenere un’identità comune con influenze così diverse?
L’identità comune non è qualcosa che diamo per scontato, ma qualcosa che costruiamo proprio a partire dalle nostre differenze.
Le influenze diverse non le viviamo come un problema, ma come un punto di partenza. Ognuno di noi arriva con ascolti e sensibilità differenti, ma l’identità comune si costruisce proprio nel momento in cui decidiamo cosa tenere e cosa lasciare fuori dai brani. Non tutto ciò che ci piace entra automaticamente nei brani: cerchiamo sempre di capire se una scelta sia funzionale al brano se sia coerente con l’immagine di gruppo che vogliamo comunicare.
Con il tempo abbiamo sviluppato un “linguaggio” nostro, fatto di suoni, dinamiche e approccio emotivo. Questo diventa una sorta di filtro naturale: anche quando le influenze sono diverse, il risultato finale resta riconoscibile, perché passa sempre attraverso la stessa visione condivisa.
Cosa vi unisce di più, oltre alla musica?
Prima ancora di essere musicisti, siamo un gruppo di buoni amici. Quello che ci unisce di più, al di là della musica, è la serenità con cui viviamo il fatto di farla insieme. Stare in sala prove, scrivere o arrangiare non è mai un peso o una forzatura: c’è un equilibrio abbastanza naturale tra di noi che rende il processo fluido e sincero. Questa serenità, più di qualsiasi altra cosa, è ciò che tiene insieme il gruppo e ci permette di lavorare bene anche quando emergono idee diverse.



