Tra sonorità pop contemporanee, ricerca timbrica e riflessioni sul presente, i Relief tornano con “Cristalli Liquidi”, un brano che esplora il sottile confine tra ciò che è autentico e ciò che appare tale. Attraverso un’atmosfera sospesa e suggestiva, il singolo racconta il rapporto con immagini idealizzate, aspettative e connessioni sempre più filtrate dalla dimensione digitale, trasformando una storia personale in una riflessione generazionale.
In questa intervista per Radio City Light, i Relief parlano della fragilità emotiva dei nostri tempi, dell’importanza delle immagini nel loro processo creativo, del ruolo centrale del live e della scelta di utilizzare il flauto come elemento distintivo della loro identità sonora. Un dialogo che permette di entrare nel mondo di una band capace di unire sperimentazione e immediatezza, mantenendo sempre al centro le emozioni.
INTERVISTA
I vostri brani parlano spesso di emozioni contemporanee e relazioni incompiute. Quanto vi interessa raccontare la fragilità generazionale?
Molto, perché è qualcosa che viviamo anche noi ogni giorno. Ci sembra che la nostra generazione sia continuamente in bilico tra bisogno di connessione e difficoltà nel comunicare davvero. Nelle nostre canzoni ci interessa raccontare proprio quella fragilità emotiva fatta di idealizzazioni, dubbi, distanza e ricerca di identità.
“Cristalli Liquidi” sembra costruire un’atmosfera sospesa e quasi cinematografica. Quanto le immagini influenzano la vostra scrittura musicale?
Tantissimo. Quando lavoriamo a un brano immaginiamo sempre colori, ambienti e sensazioni visive ancora prima di finire gli arrangiamenti. “Cristalli Liquidi” per esempio ci evocava subito qualcosa di luminoso ma anche inquieto, quasi come un sogno artificiale. La componente visiva per noi è parte integrante della musica.
Nel vostro percorso il live sembra avere un ruolo centrale. Quanto è importante il palco per definire l’identità dei Relief?
Il live è fondamentale perché è il momento in cui tutto diventa reale. In studio possiamo costruire mondi sonori molto dettagliati, ma sul palco emerge il lato più spontaneo e umano del progetto. È anche lì che capiamo davvero se una canzone funziona emotivamente.
Il flauto viene utilizzato in modo non convenzionale, tra loop ed effetti. Quanto vi diverte reinventare strumenti considerati “classici”?
È una delle cose che ci diverte di più. Ci piace prendere strumenti associati a contesti molto tradizionali e portarli dentro sonorità più contemporanee o pop. Il flauto per noi non è un semplice abbellimento, ma una vera voce identitaria del progetto.
Avete influenze che spaziano dai Queen ai Genesis fino al pop italiano contemporaneo. Quali artisti sentite oggi più vicini alla vostra sensibilità?
Sicuramente artisti che riescono a unire ricerca sonora e forte identità melodica. Oltre ai Queen e ai Genesis, sentiamo molto vicini anche i Beatles, i Jethro Tull per l’uso del flauto, Jamiroquai per il groove e alcuni cantautori pop contemporanei italiani che cercano di sperimentare senza perdere immediatezza emotiva.
Il singolo mette in scena il contrasto tra autenticità e costruzione artificiale. È un tema che sentite vicino anche nella vita quotidiana?
Sì, moltissimo. Oggi siamo continuamente circondati da immagini filtrate, aspettative e versioni costruite delle persone, soprattutto online. Ci interessa raccontare quella sensazione strana in cui qualcosa sembra autentico ma allo stesso tempo artificiale, un po’ come accade in “Cristalli Liquidi”.
Cosa sperate possa arrivare al pubblico ascoltando “Cristalli Liquidi” per la prima volta?
Speriamo arrivi soprattutto una sensazione sincera, anche se difficile da definire. Ci piacerebbe che chi ascolta il brano si riconoscesse almeno in una parte di quell’atmosfera sospesa tra emotività, inquietudine e desiderio di connessione.



