lunedì, 16 Marzo, 2026

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Intervista su Radio City Light a Patrizia Laquidara che ci presenta il suo album “Flòrula”

Da sempre Patrizia Laquidara abita una zona di confine, tra canzone d’autore e poesia, tra ricerca sonora e racconto, tra tradizione e presente.

Flòrula porta questa tensione a maturazione, raccogliendo le esperienze recenti nel teatro e nella narrativa per restituirle alla musica sotto forma di canzoni vive, porose, attraversabili. Prodotto insieme a Edoardo Piccolo, l’album mette al centro la voce come strumento narrativo e collettivo, capace di farsi corpo, rito, memoria condivisa. Un disco che guarda avanti senza recidere le radici.

INTERVISTA

Dopo il romanzo e il lavoro teatrale, cosa ti ha riportato alla musica in questo momento preciso?

A un certo punto ho sentito una profonda nostalgia della musica — o meglio, dello stare sul palco a cantare davanti a un pubblico, condividendo quello spazio con i miei musicisti. Uno spazio che per me è sempre anche avventura e improvvisazione, un luogo vivo in cui ogni volta può accadere qualcosa di inatteso.

Il lavoro con Edoardo Piccolo ha segnato un nuovo suono per te. Cosa ti ha permesso di esplorare questa collaborazione?

Da tempo cercavo qualcosa di nuovo per la mia musica, qualcosa che andasse oltre ciò che avevo già fatto e che il pubblico si aspettava da me. Volevo sorprendermi, prima ancora di sorprendere gli altri. Pensavo all’elettronica come a un elemento di congiunzione tra il vecchio e il nuovo: un’elettronica organica, non invadente, capace soprattutto di costruire la trama ritmica delle nuove canzoni. Con Edoardo Piccolo è stato subito chiaro che questo percorso fosse possibile. Ci siamo trovati immediatamente in grande sintonia, con naturalezza e fiducia reciproca.

L’elettronica e le sonorità rituali convivono con una scrittura molto intima. Come hai costruito questo dialogo?

Anche in questo caso il lavoro con Edoardo Piccolo è stato fondamentale. Io ho portato le melodie e i testi; a partire da lì sono nate le ritmiche e gli arrangiamenti, costruiti come abiti sartoriali cuciti su misura per ogni brano. Non è stato un processo complicato, ma al contrario molto naturale, quasi spontaneo nel suo sviluppo.

Ti senti ancora una “cantautrice” o questa definizione ti sta un po’ stretta oggi?

Mi sento una cantastorie. Una cantastorie contemporanea.

C’è qualcosa che Flòrula ti ha insegnato sul tuo modo di raccontare storie?

Sì, l’essenzialità. La capacità di rinunciare, di scegliere.
Molte delle canzoni di Flòrula nascono da racconti contenuti nel mio libro. Trasformare quelle pagine e condensarle nelle poche righe di una canzone mi ha costretta a un lavoro di sottrazione. È stato un esercizio di sintesi che forse prima mi mancava, e che oggi sento come una conquista.

PROFILI SOCIAL

https://www.instagram.com/patrizia_laquidara/
https://tinyurl.com/laquispotify
https://www.youtube.com/@patrizial

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