mercoledì, 13 Maggio, 2026

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Intervista su Radio City Light a Gabbo che ci presenta il nuovo singolo “PAINT IT, BLACK”

Rileggere un classico senza tradirne l’essenza è una sfida complessa, soprattutto quando si tratta di un brano iconico come “Paint It, Black”.

Gabbo affronta questo confronto diretto con la storia scegliendo una strada precisa: non imitare, ma reinterpretare, spostando il baricentro sonoro sul basso elettrico, che diventa il vero protagonista della sua versione.

Il risultato è una rilettura che conserva la tensione emotiva dell’originale, ma la attraversa con un linguaggio contemporaneo, tra suggestioni black, nu jazz, funk e hip hop. Un equilibrio sottile tra rispetto e trasformazione, dove ogni scelta sonora nasce da un legame profondo con il brano di partenza.

Inserita nel progetto Gabbass, questa versione conferma l’approccio dell’artista: lavorare sui classici come materia viva, da esplorare e riplasmare attraverso il proprio background musicale. Un processo che non cerca consenso immediato, ma punta a generare una reazione, anche contrastante, nell’ascoltatore.

Ed è proprio su questo confine — tra fedeltà e libertà espressiva — che si muove l’intervista che segue, in cui Gabbo racconta il suo modo di intendere la reinterpretazione, il rapporto con il pubblico e la centralità del suono come forma di identità.

INTERVISTA

Se dovessi “accendere” l’ascoltatore nei primi secondi, qual è l’elemento chiave della tua versione di “Paint It, Black”?

Il basso probabilmente, che reputo il vero artista e il protagonista della mia versione.

Hai lavorato molto sulle dinamiche emotive: quanto è stato pensato per l’ascolto radiofonico?

Non credo di averci pensato, quando lavoro su un brano o sulla reinterpretazione come in questo caso, non mi pongo queste domande, ma forse non me ne pongo quasi nessuna! Più che altro spero si comprenda il mio amore per la versione originale, perché dietro un nuovo arrangiamento c’è un’immensa ammirazione per la versione originale. Tutti i brani che reinterpreto sono significativi per me, per il mio percorso di vita e li reputo capolavori nelle versioni originali.

Cosa cambia, secondo te, tra ascoltare questo brano in cuffia e sentirlo in radio?

Beh, se per in cuffia intendiamo scelta da noi direttamente, te lo aspetti, l’hai cercata e sai cosa andrai ad ascoltare. In radio te lo ritrovi così di getto nelle orecchie e poi potresti dire (se mi dice bene) “beh mi piace, poi me la ascolterò di nuovo”, oppure, “ma che ha fatto! L’originale non si

tocca!” Cosa plausibile quando si reinterpretano capolavori di questo tipo, è capitato anche a me di pensarlo in alcuni casi 😉

Il tuo sound è riconoscibile ma non immediatamente etichettabile: è un vantaggio o un rischio?

Che dire, non lo so, ma già essere riconoscibile nel sound mi va bene. Hahaha poi, sinceramente, le etichette non mi piacciono così tanto.

Che tipo di ascoltatore immagini mentre il brano va in onda?

Spero un ascoltatore che apprezza, tutti vorremmo essere apprezzati no? Soprattutto quando si fa qualcosa che si ama. Ma comunque non ho alcuna pretesa. Spero più che altro che gli avvenimenti globali ci portino presto a vedere tutto con più positività, ne abbiamo bisogno dopo anni così difficili.

 

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