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E’ morto Tom Petty il cappellaio pazzo del Rock ‘n’ Roll: il ricordo di Bob Dylan

Tom Petty, uno degli immortali del Rock 'n' Roll, è morto oggi a causa di un arresto cardiaco. Ecco cosa lascia nel cuore dei fan di quella musica che è stata colonna sonora di un'epoca

La morte di Tom Petty è giunta come un fulmine inaspettato. Solo pochi giorni prima si era esibito in tre concerti tutto esaurito a Los Angeles, la sua città, ultima tappa di un tour mondiale che aveva celebrato i 40 anni di carriera della sua band, gli Heartbreakers.

Nulla faceva sospettare che sarebbe stata l'ultima volta per Tom Petty su di un palcoscenico anche se con parole che adesso sembrano tragica profezia, in una recente intervista aveva detto che questo sarebbe stato il suo ultimo tour: "Ho 66 anni, sono nonno, voglio passare più tempo con la mia nipotina". Purtroppo neanche questo gli è stato concesso, invecchiare con la sua famiglia. Il primo a esprimere il dolore per la sua scomparsa è stato Bob Dylan, che con Tom Petty aveva fatto due tour mondiali e suonato nel super gruppo dei Traveling Wilburys: "E' una notizia scioccante e inaspettata. Di lui avevo la più alta onsiderazione, era un grande artista, pieno di luce, un amico che non dimenticherò mai" ha detto alla rivista Rolling Stone.

La sua morte è avvenuta lo stesso giorno in cui a Las Vegas veniva messa in atto una strage durante un concerto, una inquietante coincidenza come ha sottolineato la cantante Sheryl Crow: "Credo davvero che oggi sia il giorno in cui la musica è morta, tutte quelle vittime a un concerto a Las Vegas e adesso la scomparsa di Tom Petty". Il ricordo di Gene Simmons dei Kiss: "Un altro grande uomo è andato troppo presto. Tom Petty, eri un talento eccezionale, la tua eredità ti sopravviverà". Il regista e giornalista Cameron Crowe ha espresso il suo shock così: "Non ci sono parole, ma solo ringraziamenti". Sulla Hollywood Walk of Fame i fan stanno deponendo fiori e ricordi sulla stella che lo ricorda.

MORTO TOM PETTY, LA CONFERMA DELLA SUA SCOMPARSA
Dopo una lunga notte in cui si sono susseguite notizie contrastanti, a causa di un comunicato frettoloso della polizia di Los Angeles, stamane purtroppo è arrivata la conferma: Tom Petty, 66 anni, è morto in ospedale dove era stato ricoverato per attacco cardiaco. La famiglia ha chiamato un sacerdote nelle prime ore della sera (in America) dopo di che visto che le sue funzioni cerebrali erano azzerate, ha disposto di staccare i macchinari. (P.V.)

MORTO TOM PETTY, IL RICORDO

“Sono rimasto bloccato negli aeroporti, terrorizzato, mi hanno mandato a fare riunioni, ipnotizzato, sono stato super esposto, commercializzato, maneggiatemi con cura (…) mi hanno ridotto uno straccio, ma adesso mi sono ripulito, credo, oh il dolce profumo del successo, maneggiami con cura”.

Così cantava Tom Petty insieme ad alcuni amici, superstar che avevano segnato epoche storiche e generazioni dopo generazioni: Bob Dylan, George Harrison, Roy Orbison nella canzone Handle me with care, maneggiami con cura. Un brano che era confessione drammatica e onesta della vita di una rock star, quelle vite da cui noi fan prendiamo e pretendiamo tutto e con loro ci consegnamo con fiducia, tranne spesso uscirne a pezzi.

Era il super gruppo dei Traveling Wilburys, nati per scherzo, ma testimoni autentici di una vita autentica. Dopo Roy Orbison e George Harrison se n’è andato anche lui, Tom Petty, il più giovane, 66 anni, che era stato accolto in quel giro di star per l’amore e la passione che lui, sin da giovinetto, aveva avuto per quei rocker che avevano dato una direzione e un senso alla sua esistenza.

E’ stato trovato in stato di arresto cardiaco nella sua abitazione di Malibu, trasportato in ospedale, le funzioni cerebrali a zero. Il macchinario che lo teneva in vita staccato quasi subito. Resta solo Bob Dylan, l’ultimo di quelli che credevamo immortali. Dopo la strage di star del 2016 Tom Petty è la perdita più grave di questo 2017, e lascia sgomenti, senza fiato. Solo pochi giorni fa aveva terminato un lungo tour che aveva celebrato il 40esimo anniversario della sua band, gli Heartbreakers. Gli "spezzacuori", e il suo grande cuore buono si è spezzato ieri notte.

Bob Dylan, che quella band accompagnò in due straordinari tour nel 1986 e 1987, li aveva definiti senza esitazione “l’ultima grande rock’n’roll band americana”, e aveva ragione. Quella band, nata intorno al 1976, proveniente dalla Florida, aveva incarnato e fatto risorgere il grande rock americano delle radici, mettendo insieme la psichedelia dei Byrds, le radici profonde americane di The Band, il blues della Allman Brothers Band, le buone vibrazioni della generazione hippie, con capacità e abilità uniche.

“Bruce Springsteen non potrebbe mai scrivere una canzone come questa” disse Tom Petty una volta in una intervista riferendosi al brano Don’t come around here no more, un pezzo di pura psichedelia devastante nel cui video appariva come il cappellaio matto di Alice nel paese delle meraviglie. E aveva ragione: loro sapevano suonare di tutto e lui, il leader, Tom Petty, comporre di tutto. Quando uscì il loro primo singolo, nel 1976, American Girl, orgogliosa affermazione di divertimento all american, Roger McGuinn sentendola alla radio pensò stupito: “Ma questo sono io”.

Già, perché era una perfetta imitazione dei gloriosi Byrds di dieci anni prima. Tom Petty e i suoi spezzacuori si sarebbero avviati a una carriera di successo mondiale, ma appena poteva Tom Petty correva a lavorare con i suoi idoli: produsse lo stesso McGuinn, suonò con Bob Dylan, registrò con George Harrison, andò in tour con Stevie Nicks (si erano esibiti insieme a Londra lo scorso a luglio nell’unica data europea). Ma scriveva canzoni bellissime, con gli Heartbreakers o con dischi solisti straordinariamente belli, come Wildflowers.

Sì, fumava continuamente marijuana anche da over 60, può essere stato questo a causare problemi cardiaci alla lunga, e aveva avuto un periodo di droghe anche pesanti. Ma sembra impossibile pensarlo morto, con quel suo ghigno che esprimeva il suo amore totale e incondizionato per la musica, concerti che suprevano le tre ore dove si celebrava la storia del rock. In Italia è sempre stato poco conosciuto, vai a capire perché. Abbiamo avuto modo di ammirarlo solo quando nel 1987 venne con Bob Dylan: a Milano il 4 ottobre di quell’anno aprì la serata duettando con Roger McGuinn in Mr Tambourine Man, e per alcuni minuti chiudendo gli occhi potevi sentire che eri sul Sunset Strip nell’estate del 65 quando quel brano immortale che inaugrò una stagione nuova della musica usciva dagli altoparlanti di tutte le macchine.

E poi aveva scatenato quel popolo di poveri orfani del rock che siamo noi italiani con Should I Stay or Should I Go. Tornò una volta sola, nel 2012, tenendo un solo unico, magico e fantastico concerto a Lucca. E noi lo ricordiamo così, il cappellaio pazzo che ghigna tra una Oh Carol di Chuck Berry e una Refugee da sballo, come se volasse alto alto in mondi che noi non potevamo neppure sognare: "learning to fly" come aveva cantato, e lui a volare aveva davvero imparato. E’ sato uno dei massimi autori e performer di tutta la storia del rock, e questa storia si fa sempre più triste e solitaria. Thanks for the music, caro, amato Tom Petty. Stanotte ci hai lasciato davvero con il cuore spezzato.

Fonte: ilsussidiario.net di Paolo Vites

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