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Cristiano De André: «Canto mio padre contro i poteri forti»

Cristiano De André sarà al Carlo Felice

Cristiano De André venerdì pubblicherà “De André canta De André Vol. III”, tutto dal vivo ma più politico dei precedenti. È un caso? «Per nulla» risponde il figlio di Faber «E il 24 ottobre quando sarò al Carlo Felice credo che si capirà il senso di certe scelte. Anche se poi non è detto che canti tutte le volte “Canzone del maggio”, “Volta la carta”, “Il bombarolo” o “Coda di lupo”».

Quindi cosa vuol comunicare?

«La mia avversione per la guerra e i depistaggi, ovvero dare la colpa storica e politica a chi non ce l’ha. È in atto una nuova guerra psicologica dove i poteri forti fanno il loro gioco. I mostri non sono quelli che vengono sbattuti in tv o sui giornali, ma quelli che hanno il potere…».

«L’11 settembre è stato un grande inganno. E non si è più fermato, un gioco al massacro fra Stati Uniti, Inghilterra, Francia e resto del mondo».

Insomma, è per la teoria del complotto. Il pubblico è d’accordo?

«Sì, anche se non conosceva le canzoni di mio padre. Ed è strano che un sostegno morale venga proprio da chi vent’anni fa, quando è morto, non c’era o era bambino. E pensare che proprio papà, nell’ultimo periodo, in camerino, si sfogava: mi sono battuto per tutta la vita contro il potere, ho scritto per difendere i perdenti e non ho mai avuto la soddisfazione di vederlo in crisi…».

E lei cosa pensava?

«Me ne stavo zitto, ad ascoltarlo. Come dargli torto, in fondo. Non era cambiato nulla, nonostante le sue canzoni. Non sapevo come ribattere. La realtà era sotto gli occhi di tutti. Però il tempo lo ha risarcito».

In che modo?

«Dal seguito che ha tuttora, se vuole anche con quello che canto io nei concerti. Vede, la coerenza non pagherà subito ma, prima o poi, dà i suoi frutti. A mio padre è successo così. Del resto un artista non appartiene quasi mai al proprio tempo, o lo precede con intuizioni che nessuno ha avuto prima oppure resiste negli anni. Oggi le sue poesie non risentono il peso degli anni in cui sono state scritte».

Lei ha sempre avuto idee ribelli e provocatorie. Non mi dirà che fa l’interprete, non ci crederei mai…

«Infatti, un conto è riportare dal vivo la sua grande umanità, le sue idee contro i poteri forti. Un altro è alzare la voce contro chi arraffa tutto, specialmente in politica. E non solo quella italiana. C’è una guerra in corso, lo ripeto, e un giorno dovremo affrontarla. Non con le stesse armi, altrimenti si perderebbe quel messaggio di umanesimo che non è stato solo di mio padre, ma con il primato dell’intelligenza, che poi è amore».

Siamo al francescanesimo?

«No, le dico però che poesia e arte sono più forti della malvagità. L’amore è intelligenza allo stato liquido. Se hai sensibilità e rispetto per il prossimo, non vai a cercare guerre, le pare?».

Ammetterà che le bombe o gli attentati non aiutano quella che lei chiama lotta ai poteri forti…

«Infatti parlo d’amore e non di bombe. Però in “Coda di lupo” mio padre raccontava come la più grande società anarchica, i nativi d’America, sia stata spazzata via dagli stessi depistaggi del potere di cui siamo vittime oggi. Non esiste un potere buono».

Anche la religione è sempre stata vista come potere…

«Sì, e lì mio padre è stato davvero grande. Perché in ballate come “Il testamento di Tito” è riuscito a far diventare il cristianesimo una vera dottrina di pace».

Come celebrerà il ’68 l’anno prossimo?

«Portando in scena praticamente tutto l’album “Storia di un impiegato”. Più cronaca di quella… Ma c’è un legame forte con il nostro passato più recente: in questo album “Canzone del maggio” è dedicato a Carlo Giuliani morto durante il G8 a Genova».

Cosa pensa della fiction su suo padre?

«Di quel film non so molto, non l’ho sposato fin dall’inizio. In quella storia ci sono tante cose complicate, non sentivo il bisogno una fiction su mio padre. Non credo serva più di tanto».

Cos’ha imparato in tutti questi anni senza Faber?

«A sorprendermi di significati che non avevo mai notato. Durante i concerti mi capita di provare la sensazione che lui sia lì, a spiegarmi com’è nato tutto. La rabbia e la protesta».

Fonte: ilsecoloxix.it di Renato Tortarolo

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