Quando il rap incontra il balfolk, due mondi musicali apparentemente lontani possono trovare un terreno comune fatto di ritmo, ironia e voglia di sperimentare.
È da questo incontro che nasce Antonovvi Folk Legacy, il progetto che unisce Antonovvi ai Ponente Folk Legacy, rileggendo alcuni brani del suo repertorio attraverso arrangiamenti acustici e pensati per la danza. Un lavoro che non si limita a cambiare veste alle canzoni, ma ne esplora nuove possibilità, mantenendone intatte le storie e l’immaginario. Tra memoria popolare, riferimenti musicali e dimensione dal vivo, Davide Baglietto, Luca Schiappacasse e Antonovvi ci raccontano la genesi e lo spirito di questa collaborazione.
INTERVISTA
Nel disco convivono brani nati in contesti diversi e con identità già definite, che qui vengono ripensati attraverso un progetto comune. Quando lavorate a una rilettura, quanto cercate di conservare l’identità originaria della canzone e quanto, invece, siete disposti a stravolgerla? È mai capitato che le idee musicali di uno mettessero in discussione quelle degli altri?
Davide Baglietto: Lo stravolgimento riguarda soprattutto l’aspetto ballabile: con i brani originali di Antonovvi abbiamo cercato di creare arrangiamenti funzionali al balfolk, in modo che funzionassero come brani danzabili, rispettando la struttura e i passi delle danze. Un altro aspetto importante è stato riproporre in acustico brani originariamente usciti in versione elettronica.
Per fortuna non ci sono mai state discussioni dovute a idee divergenti. Su alcune scelte sonore o timbriche abbiamo cercato di venirci incontro, tenendo conto dei gusti di tutti. Ad esempio, nella prima versione di “Sparatoria a Camporosso” avevo inserito un Clavinet che ad Antonovvi non piaceva molto: una volta tolto, è filato tutto liscio. Questo perché, pur provenendo da mondi musicali diversi, abbiamo un modo simile di ascoltare e vivere la musica.
Antonovvi: Per certi versi abbiamo lavorato un po’ «al contrario»: abbiamo cercato nel mio repertorio i brani più adatti a una rilettura, piuttosto che voler riproporre una determinata canzone a prescindere. Potenzialmente ce ne sono altri e in futuro potremmo anche recuperarli. Alcuni pezzi proposti dai ragazzi li ho scartati perché non li ritenevo adatti, vuoi per i testi, vuoi per lo spirito della versione originale. Abbiamo puntato soprattutto su quelli che avevano già una dimensione cantata e melodica, come “Cesio”.
I Ponente Folk Legacy provengono da un universo musicale in cui la danza e la dimensione collettiva hanno un ruolo fondamentale, mentre il rap ha spesso una fruizione più legata all’ascolto individuale e al testo. Che cosa succede quando queste due modalità di vivere la musica si incontrano? Avete immaginato anche una dimensione dal vivo in cui il pubblico possa partecipare fisicamente, oltre che attraverso l’ascolto?
Davide Baglietto: Bella domanda: abbiamo sentito subito una forte energia. Fin dalla prima collaborazione è stato un po’ come quando i liguri dell’Ottocento capirono che il pecorino nel pesto era l’elemento che mancava e che aggiungere i pinoli era una scelta saggia, altrimenti sarebbe rimasto un buon battuto di aglio, olio e basilico.
Dal vivo abbiamo già suonato alcune volte tra il 2023 e il 2025, sempre in contesti di festival o serate legate alla danza. È proprio lì che abbiamo capito quanto fosse importante portare la collaborazione a un altro livello e dare vita al progetto Antonovvi Folk Legacy.
Antonovvi: La dimensione dal vivo è fondamentale e rappresenta uno dei punti di forza del progetto, oltre a essere uno degli aspetti con maggiori prospettive. Le occasioni sono state poche, ma prestigiose e di qualità: Ététrad, Upega Folk Festival e Scighera a Milano. Stiamo lavorando per realizzare un vero e proprio tour.
L’energia di cui parlano i ragazzi è evidente: la sento vibrare dentro di me quando la loro musica mi avvolge e mi fa vivere un’esperienza diversa da quella dell’Hip Hop «classico», con dj e MC o altri rapper. Quella rimane comunque la mia dimensione, dove mi muovo meglio, ma anche nel ruolo di frontman di una band mi sento estremamente a mio agio. Del resto, anche nei miei live solisti propongo ormai da anni un sassofonista, Losko Six, che interviene in diversi brani, compresi quelli dell’ultimo disco.
In “Sparatoria a Camporosso” e “Pastis, Petanque e Pattoni a Perinaldo” raccontate episodi e personaggi legati a luoghi molto precisi. Quanto è importante per voi conservare la memoria di queste piccole storie locali, anche quando sembrano lontane dall’immaginario musicale contemporaneo? Pensate che la musica possa diventare una forma di archivio della memoria popolare?
Davide Baglietto: Conservare la memoria e fotografare in musica le storie locali è importantissimo. Fa parte da sempre della tradizione dell’uomo: un tempo era una trasmissione orale, che avveniva nei villaggi la sera davanti al fuoco; oggi si diffonde attraverso l’«etere cosmico», grazie alle nostre note e non solo.
Sono convinto che la musica sia da sempre un archivio vivente della memoria popolare. Gli strumenti musicali più antichi che conosciamo risalgono a decine di migliaia di anni fa, ben prima delle prime tracce di conflitti organizzati. Verrebbe da pensare che l’uomo preistorico fosse più saggio di noi: prima di mettersi a fare la guerra, ha pensato bene di suonare e lasciare ai posteri un’arte sublime come la musica. Peccato che, a un certo punto, qualcosa sia andato storto.
Luca Schiappacasse: Non credo ci siano storie che abbiano necessariamente più dignità di altre per essere raccontate in musica. Pensando alla musica italiana, spesso i cantautori hanno preferito narrare piccole vicende piuttosto che grandi eventi, perché sono proprio quelle in cui ci si può riconoscere. Inoltre, la memoria popolare è spesso legata a un territorio che gli artisti vivono in prima persona: è naturale, quindi, che raccontino ciò che conoscono meglio e i luoghi in cui hanno vissuto.
La copertina dell’EP richiama esplicitamente “The Best Of” dei Blur, mentre il disco è attraversato da citazioni e riferimenti che arrivano da mondi culturali differenti. Quanto vi diverte giocare con la memoria musicale collettiva? E quanto pensate che riconoscere un riferimento possa cambiare il modo in cui si ascolta una canzone?
Davide Baglietto: La parola chiave per noi è divertimento: è fondamentale divertirsi, altrimenti non avrebbe senso fare musica e, soprattutto, divulgarla. Utilizzare melodie celebri, riscriverle o adattarle rendendole attuali con suoni e testi nuovi è una pratica che esiste da quando esiste la musica.
Anche nella sua espressione più alta, la musica classica, troviamo autori come Mozart e Verdi che hanno inserito nelle proprie opere numerose citazioni di melodie popolari in voga all’epoca. Quello che oggi chiamiamo catchy era un concetto già noto agli autori di allora, consapevoli che una melodia orecchiabile e familiare potesse conquistare più facilmente prima il cuore e poi la testa degli ascoltatori.
Infine, siamo anche grandi fan di gruppi come Elio e le Storie Tese, che fanno un uso quasi infinito di citazioni.
Antonovvi: Esatto, uno dei terreni comuni è stato sicuramente il gusto per l’ironia, il grottesco e il citazionismo tipico di gruppi come Elio e le Storie Tese. Ricordo ancora con piacere un viaggio di ritorno da un festival durante il quale io e Davide abbiamo ascoltato e cantato a memoria “Esco dal mio corpo e ho molta paura”, ridendo fino alle lacrime.
Anche nella Casa degli Specchi il citazionismo era fondamentale, una vera e propria cifra stilistica. In questo caso, però, le nuove canzoni (“Sparatoria” e “Pastis”) vogliono soprattutto dipingere un mondo e rafforzare l’immaginario da «Sabato del Villaggio», piuttosto che giocare sul name-dropping.







