
La diretta del Carnevale di Civitanova Marche è offerta da
BAR-SALASLOT-INTERNETPOINT-POKER TEXAS HOLD'EM
A Treviso la più importante finestra sulla Civiltà della Cina mai aperta fino ad ora in Occidente
di Monica Castagnotto
“La mostra fa parte di un grande progetto espositivo partito nel 2003 e realizzato in quattro tappe biennali che è stato definito dalla Direzione nazionale dei Musei cinesi la più importante finestra sulla Civiltà della Cina mai aperta fino ad ora in Occidente”. In questo modo Adriano Màdaro, il curatore dell’esposizione di Treviso, descrive lo straordinario itinerario che conduce il visitatore nell’epopea della dinastia dei Manciù ospitato a Casa dei Carraresi fino al 13 maggio 2012.
L’esibizione, che conclude il ciclo della “via della seta e la civiltà cinese”, è stata inserita dal governo cinese nel programma ufficiale dell’anno della Cina in Italia e celebra il quadriennale dall’apertura delle relazioni diplomatiche tra Italia e Cina. Màdaro, che ormai da vent’anni fa parte del consiglio direttivo permanente dell’Accademia Cinese di Cultura Internazionale, ha sempre ottenuto dal Governo di Pechino i prestiti richiesti esposti poi a Treviso. “Anche in quest’ultima avventura -spiega il curatore della mostra- sono riuscito ad ottenere ciò che nemmeno in Cina, per ora, è possibile ammirare, poiché la più parte di quanto si può vedere a Casa dei Carraresi in Cina è custodita nei caveaux blindati dei musei”.
Manciù, l’ultima dinastia che ha governato sul Celeste Impero dal 1644 fino al 1911, va al potere approfittando di una serie di tumulti interni detronizzando i precedenti regnanti della dinastia Ming e proclamando una nuova dinastia cinese.
Nell’esposizione dei Carraresi il visitatore si addentra nello splendore di un regno nato “dal cielo” e che negli ultimi anni del suo apogeo conoscerà il declino sancito dalla prima guerra dell’oppio fornendo la rara opportunità di approfondire il profilo umano di Pu Yi, l’ultimo “signore dei diecimila anni”.
Il turista è particolarmente colpito dai magnifici reperti esposti che narrano le vicende dell’ultima “dinastia celeste” e dall’accuratezza delle scelte di Adriano Màdaro che afferma “scelgo il top di ciò che conosco e lo scelgo sulla base di un ideale itinerario di mostra che ho in testa grazie alla mia conoscenza della storia della Cina e della sua millenaria civiltà”.
Il visitatore non crede ai suoi occhi quando s’imbatte nel mitico guardaroba imperiale con abiti di seta ricamata. Sono mostrate un paio di scarpette cinesi molto più piccole delle calzature tipiche dei Manciù. Per le donne cinesi il piede piccolo era un canone di bellezza. Spesso i piedi erano rattrappiti e chiamati “i gigli d‘oro“, un’usanza non adottata dalle donne Manciù che calzavano scarpe di dimensioni normali ma con un rialzo.
L’ultima “dinastia celeste” perpetuava gli usi della grande Cina anche con gli accessori per capelli. Le donne indossavano dei fermagli di base argentata con sopra attaccate le piume di martinpescatore, una tradizione ereditata dai Ming . Le sale imperiali erano abbellite da oggetti in raragiada bianca e gli scettri di “Ruyi” erano collezionati dall’imperatore perché considerati portatori di buona fortuna e a volte donati come segno della benedizione imperiale.
Per la prima volta al mondo sono portatati fuori dalla Città Proibita i suppellettili delle stanze private dell’imperatore che tuttora non sono accessibili in Cina. Un esempio eccezionale è il catino con decorazioni Cloisonné che l’imperatore usava per sciacquarsi il volto. Sorprendente è il frigorifero in legno adornato da cloisonné, nel quale in estate veniva conservato del ghiaccio precedentemente raccolto in inverno, e costituito da due fori superiori da cui usciva dell’aria fredda come contrasto della temperatura calda esterna. Un vero antenato del condizionatore.
L’esibizione prosegue con il punto di forza dei Manciù, l‘esercito. L’armatura dell’imperatore di seta e oro con accanto la biografia postuma in giada e il sigillo del potere. Sono esposti gli archi e le frecce di conquista degli imperatori Kangxi e Qianlong, nonché i pugnali di giada d’importazione mongola. La sezione di guerra è completata dalle bandiere di seta con delle nuvole sopra stilizzate che aprivano il corteo imperiale indicando la presenza del “figlio del cielo”.
L’esclusiva mostra di Treviso porta a noi alcuni dipinti dei Manciù in cui campeggia un po’ di arte italiana grazie al più grande pittore cinese di origini italiche Giuseppe Castiglione. Castiglione, di Milano e della confraternita dei gesuiti, all’età di 27 anni giunse in Cina per erudire gli artisti orientali alla prospettiva e alle tecniche pittoriche occidentali. Tuttavia, l’artista fu a sua volta influenzato dalla pittura cinese come si nota nel dipinto di fiori barocco in cui sono abbinati i due stili.
“Le preziose collezioni della Città Proibita di Pechino vengono prestate raramente e quelle rare volte escludono rigorosamente i reperti di seta (vesti, copricapi, vessilli, rotoli dipinti) a causa della loro delicatezza e fragilità” asserisce Màdaro. Già, perché in tutti i casi esiste una legge che regola le esposizioni nella stessa Città Proibita e che proibisce che i reperti di seta, come alcuni dipinti imperiali del Castiglione, vengano esibiti per un periodo superiore ai tre mesi. A tale proposito il curatore della mostra precisa “alla metà di febbraio tutti gli oggetti in seta e i dipinti esposti ai Carraresi verranno avvicendati con altri di uguale valore ma diversi, per cui involontariamente avremo una mostra rinnovata per metà”.
I visitatori accorsi alla mostra lasceranno dietro di se la Città Proibita per entrare nella residenza d’estate dell’imperatrice madre vedova Cixi. Nonostante, Cixi fosse una donna estremamente chiusa e odiasse tutto ciò che era straniero, era anche eccentrica e particolarmente interessata a ciò che l’occidente produceva di moderno come i meccanismi per gli orologi che lei collezionava e che erano costruiti in Cina da tecnici europei. A dispetto della nota ambiziosità e bizzarria di Cixi ai Carraresi sono esposti anche alcuni dipinti della sovrana che testimoniano la sua sensibilità.
Tra le passioni dell’imperatrice vedova sono da annoverare i vasi di porcellana cinesi ma anche i stupendi oggetti di Cloisonnè fatti di rame oppure ottone. La collezione continua con degli oggetti di legno ricoperti da una gomma lacca che favorisce la lunga conservazione. Testimonianza di tale salvaguardia è l’intatto tavolo di legno con lastra in Cloisonné dove l’imperatore era solito a firmare i documenti.
La storia porta a noi alcuni rari reperti dell’ultimo imperatore Pu Yi come i dischi in vinile, una radio e il telefono che mostrano il suo interesse per alla modernità occidentale grazie agli insegnamenti del suo precettore inglese.
Avanzando nell’esposizione si riscoprono gli oggetti di un imperatore ormai stanco e solo, nei panni di un carcerato della Siberia, come la casacca numero 981 indicante i 980 criminali di guerra giapponesi e il primo prigioniero di guerra cinese che coincideva con il regnante. Infine, il ritrovamento più speciale, la borsa nella quale il sovrano nascose il sigillo imperiale prima della sua carcerazione.
Commoventi le testimonianze della carta d’identità, la cartella elettorale e la giacca indossata da tutti i nazionalisti dopo la caduta dell’impero e appartenenti a Pu Yi divenuto libero cittadino come altri individui senza agiatezza e gloria.

Procedendo attraverso le 14 sezioni della mostra, il pubblico è inaspettatamente accolto dalla grandiosità del “trono del celeste impero” della reggia che da Mukden per la prima volta è stato smontato e portato a Treviso. Un stupefacente trono di Cloisonnè azzurro indicante il figlio del cielo, l’imperatore. Il trono è attorniato dalle gru imperiali e dall’elefante, rispettivamente simboli di fedeltà e prosperità.
La mostra termina con Pu Yi l’ultimo imperatore, già protagonista del film-capolavoro di Bernardo Bertolucci, con cui finisce l’epopea della Cina. Lo splendore di ciò che è stato si ammira negli oggetti personali del figlio dell’imperatore, il “piccolo drago”, usciti dal palazzo Changchung ed esibiti per la prima volta al mondo. Gli abiti dorati, la celebre gabbia di legno per i combattimenti dei grilli, gli occhiali imposti dal precettore ed inizialmente considerati dalla corte come un oggetto sacrilego. Ed infine la treccia che il quattordicenne Pu Yi decise di tagliarsi perché infastidito dalla vita che lo attendeva.
“Credete che un uomo possa tornare ad essere imperatore?“ L’esibizione lascia al visitatore, ancora rapito dal folgore della dinastia dei Manciù, un’aperta riflessione su un quesito tanto affascinante quanto enigmatico. Un interrogativo posto dallo stesso Pu Yi al suo precettore inglese, Sir Reginald Johnston, prima della partenza di quest’ultimo per l’Inghilterra. Johnston replicò che era possibile ma non glielo augurava. Alla domanda rispose la storia che purtroppo confermò le previsioni di Johnston. Nel 1934 Pu Yi fu costretto a diventare imperatore “fantoccio” del Manciukuò in mano dei giapponesi per poi essere abbandonato al suo destino nove anni più tardi.
| Se la tua connessione internet è con firewall, prova il link porta 80 (Winamp) | ||||||||||

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
![]() |
![]() |